L’esoterismo dell’eros – parte I

   Ezio Albrile, pur essendo ancor giovane, con i suoi 54 anni, è un insigne storico delle religioni del mondo antico. Dopo la laurea in filosofia ha iniziato a studiare i problemi del dualismo antico partendo dallo gnosticismo e dai suoi legami con la filosofia (platonismo) e il mondo misterico (pitagorismo, orfismo, ermetismo). In seguito ha ampliato le sue ricerche al mondo iranico (zoroastrismo, zurvanismo, manicheismo) e aramaico (mandeismo). I suoi primi lavori furono accolti con grande entusiasmo dall’ultimo Elémire Zolla. Sulle stesse tematiche ha partecipato a diversi Convegni nazionali e internazionali, da ricordare gli influssi iranici nel mondo bizantino, nel Vangelo di Giuda e nell’astrologia orfica. I suoi ultimi lavori sono indirizzati a studiare le relazioni tra il mondo degli stati modificati di coscienza e le religiosità estatiche. Albrile ha tutte le qualità per essere l’erede di Elemire Zolla, l’ultimo vero esoterista italiano, celebrato anche all’estero. Il saggio che ho selezionato, tratto dalla rivista Graphie del 2004, tratta un argomento complesso e delicato, l’esoterismo dell’eros, argomento che Albrile maneggia con la sicurezza e la profonda conoscenza dell’esperto, lontano dal rischio di cadute nella banalità o, peggio, nella volgarità. Lo ha voluto intitolare con “Seduzioni dimenticate”, offrendo una visione che parte dall’esoterismo, ovvero recuperando ciò che giace nel profondo della psiche e dell’anima, per elevarsi su vette ardite sino a sfiorare il sacro. E’ una lettura che va assaporata passo per passo, ed ad oggi passo ci pone domande e suscita stupore.

1.

   Il legame tra il sesso e la morte è un luogo comune nella cultura Occidentale; nei secoli si è rimodulato nei più diversi aspetti, sino a diventare la base nella cura delle malattie che affliggono l’anima. Questo grazie a Sigmund Freud (1856-1939), il grande indagatore di misteri della psychē e fondatore di un nuovo metodo terapeutico, la psicoanalisi. Il movimento psicanalitico, sembrerà un paradosso, ha avuto sin dagli esordi i suoi “eretici”. Uno tra i più famosi è stato Wilhelm Reich (1897-1957). Curiosa e tragica storia, la sua. Espatriato negli Stati Uniti per motivi razziali, aveva già subito numerose traversie in Austria, dove i discepoli freudiani di stretta osservanza lo avevano aspramente osteggiato, ritenendolo un allievo degenere del maestro. Appassionato di studi sessuologici, Reich aveva pubblicato un’analisi del nazismo partendo appunto da tali presupposti, e presentando la dittatura hitleriana come originata da una anomalia sessuale collettiva, ciò che risultava indimostrabile secondo i canoni del marxismo. Trasferitosi nel Maine, Reich vi trascorse gli anni del secondo dopoguerra, vi allestì un laboratorio e sviluppò la sua strabiliante teoria, da lui chiamata orgonica. Secondo Reich esiste un’energia cosmica, l’energia orgonica appunto, che si realizza nell’atto sessuale privo di inibizioni e di costrizioni, permettendo all’uomo e alla donna la piena realizzazione di se stessi e il godimento di una gioia ineffabile. Reich costruì degli strumenti per imprigionare l’energia orgonica e servirsene a scopo terapeutico, ma fu denunciato dalle autorità e condannato, anche perché rifiutò orgogliosamente di difendersi. Imprigionato, morì in un penitenziario della Pennsylvania, e suoi libri vennero letteralmente arsi in piazza, come i puritani avevano fatto con le streghe un paio di secoli prima. Anche se le teorie di Reich, almeno nell’ultima fase, sembravano rasentare la pazzia, nella loro essenza riscoprivano la devastante potenza di un’energia che l’Occidente puritano aveva smarrito, l’orgasmo. Non a caso Reich è il martire immolato nella causa della rivoluzione sessuale, esibito negli happening della contestazione sessantottina, in seguito manipolato e digerito da una cultura che si definirà di “sinistra”. Certo è che la cosiddetta “cultura di destra” non ha mai apprezzato le teorie di Reich, tutta presa nel celebrare stivali e falli di gomma.

   Secoli e secoli prima, nei testi sacri dell’antica tradizione indiana si celebrava l’energia sessuale nella forma della kundalinī, la potenza femminile sopita alla base della colonna vertebrale, latente nel “supporto di base”, il mūlādhāra cakra, il cakra, il centro energetico collegato all’ano e agli organi genitali. Ora, attraverso la pratica yogica, l’elemento terra del mūlādhāra è reintegrato o imploso nell’elemento acqua del secondo cakra, e così via sino all’elemento etere del quinto cakra, la viśuddhi “purificazione”, al livello della gola. Questo fluido sessuale, cioè la potenza vitale della kundalinī, per effetto del calore intenso e della pressione generata attraverso il controllo yogico del respiro (prānayāma) e vari legami yogici (bandha) e sigilli (mudrā), scorre verso l’alto, lungo il canale sottile che percorre la colonna vertebrale. Quando raggiunge la volta cranica, il fluido si è completamente mutato in amrta, il “nettare di immortalità”. Racchiuso nella volta cranica, servirà a rendere il praticante la disciplina yogica immortale ed eternamente giovane, dandogli poteri soprannaturali (siddhi). Le donne che almeno una volta nella loro vita hanno sperimentato un orgasmo, avranno riconosciuto in questo racconto i tratti sommari della loro piacevole esperienza. Di fatto nelle descrizioni femminili dell’orgasmo uterino è presente la percezione di un piacere implosivo irradiantesi in tutto il corpo. Tale sensazione di benessere si diffonde verso l’alto, dagli organi genitali al plesso solare sino a raggiungere il cervelletto, la susumnā. Un piacere intenso in tutto e per tutto simile all’orgasmo (1).

   Forse una cultura dominata dal pensiero maschile, in qualche modo si è appropriata di qualcosa di estraneo, di un’esperienza “allogena”. Preme sottolineare come in tali discipline “iniziatiche”, in cui un uomo tenta di diventare simile al suo dio, il percorso per arrivare alla meta utilizzi un sentire uterino. Sembra che la finitudine dell’orgasmo maschile rappresenti l’anelito verso il divino e il paradisiaco attraverso la chimera di una femminilità realizzata. In altre parole, il piacere negato all’uomo si trasforma nel suo dio. È una conoscenza segreta, esoterica, che utilizza il desiderio quale via verso la liberazione.

2.

    L’esoterismo sessuale fa capolino nell’opera di Norman Mailer (1923-2007), folle e poliedrico scrittore fuoriuscito dalla galassia della Beat Generation. Il protagonista di un suo tardo romanzo di ambientazione egittizzante, Antiche sere, si garantisce l’immortalità trasmigrando di corpo in corpo, di sesso femminile in sesso femminile. Il coito vaginale assicura la continuità della vita, non solo in senso corporeo, ma anche fantasmatico: il principio cosciente, trasferito nel seme, diventa il veicolo di una vita infinita. È un’idea antica, codificata nei miti degli antichi Gnostici. Secondo le mitologie gnostiche, nel seme degli Arconti sarebbe celata la luce: eiaculando si ristabilirebbe la condizione primordiale di separazione dei due principî, la luce e la tenebra. Un insegnamento che trova un particolare sviluppo e un’elaborazione nella Chiesa manichea, e che va sotto il nome convenzionale di “Seduzione degli Arconti”(2). È il racconto del dramma dell’elemento spirituale rimasto in illo tempore imprigionato nella materia, dalla quale aspira, con insopprimibile anelito, a liberarsi. Agostino per parte sua, descrive questa “nefanda” e “sacrilega” dottrina come un’atto di masturbazione cosmogonica(3): il Tertius Legatus, il Terzo Inviato, il Narisahyazd della tradizione manichea iranica, percorre la volta celeste issato sulla sua Nave di Luce, la Luna, mostrandosi in sembianze androgine alle potenze demoniache incatenate. Agli Arconti maschi svela la sua essenza femminile nella bellezza e nel nudo splendore della Vergine di Luce, la kanīg rōšn Sadwēs dei testi iranici; alle demonesse invece si mostra come divinità solare nelle sembianze di un giovinetto nudo e raggiante. Tutto questo sortisce l’effetto desiderato: eccitati, gli Arconti maschi eiaculano le particelle di luce sotto forma di sperma che ricade sulla terra. Da essa nascono le piante, le quali contengono di conseguenza un’altissima percentuale di luce. Le demonesse, ingravidate dal giovane membro solare, abortiscono, dando prematuramente alla luce i loro feti. Questi ultimi, scagliati sulla terra, iniziano a cibarsi delle gemme degli alberi, recuperando così le particelle di luce in esse contenute. L’idea è che le particelle di luce rimaste intrappolate nella materia finiranno per trovarsi mescolate in parte nel mondo vegetale e in parte nella stirpe delle potenze demoniache. Circostanze non casuali, come il viaggio di Mani in India, indicano un parallelo nella mitologia hindu. Si tratta del cosiddetto mito dell’“Oceano frullato”. In una delle varianti di questo mito i Deva, allo scopo di evitare che il fluido d’immortalità, il Soma-Amrta , cada nelle mani dei malefici Asura, escogitano uno stratagemma: fanno apparire tra gli Asura una splendida fanciulla, la Mohini, che, suscitando la concupiscenza nelle creature malefiche, le distrae, impedendo loro di bere la sublime bevanda d’immortalità(4). Anche le più antiche tradizioni germaniche narrano di due divinità rivali, gli Asi e i Vani, in lotta per il possesso della bevanda salutare, l’idromele(5). Ed è con un obiettivo affine che la principale divinità degli Asi, Odino, seduce Gunnlodh, figlia del gigante Suttung, custode dell’idromele. Nella mitologia greca Efesto, eccitato, nel tentativo di violare la verginità di Atena, eiacula sulle gambe della dea; disgustata Atena riesce a liberarsi e si ripulisce dallo sperma con un pezzo di lana che, caduto in terra, feconda il suolo, provocando la nascita di Erittonio(6). Un caleidoscopio di immagini oscene che hanno come fine il fissare nella mente dei discenti la tragedia della luce imprigionata in un cadaverico mondo di tenebre.

3.

   Frances A. Yates (1899-1981), che aveva una qualche propensione per la tradizione ermetica e per il pensiero di Carl Gustav Jung, nel suo libro sull’Arte della memoria aveva formulato un’ipotesi affascinante: nel mondo pre-moderno, quasi del tutto privo di strumenti atti a una facile memorizzazione, era forse presente una sorta di facoltà mnemonica intensa che in seguito è andata smarrita. Una insinuante vista interiore consentiva di vedere gli spazi e le immagini collocate in essi e portava immediatamente alle labbra dell’oratore pensieri e parole. Quella che gli strizzacervelli di oggi chiamano “memoria fotografica”, nella cultura di alcuni secoli fa sarebbe stata più diffusa o più presente di oggi. Alle immagini era stato assegnato un duplice compito: fissare dei concetti nella memoria, agire sulla volontà e modificare di conseguenza i comportamenti. Nella vastissima letteratura del tempo queste due finalità, memorativa ed etica, erano saldamente intrecciate, affidate alla forza delle immagini, alla loro grandezza, incredibilità, al loro appartenere al mondo delle cose estreme e non a quello delle cose medie e quotidiane(7). Le immagini visive “forti” sono fabbricate in funzione di una loro memorizzazione a lungo termine, più sono violente, oscene, brutali, più restano nitide a portata di mano senza che ci sia bisogno, per esse, di far ricorso a quella reminiscentia che attinge, con fare dialogico, nel grande magazzino dei ricordi. Prendiamo uno scaltro seduttore come Ignazio di Loyola: nei suoi Esercizi spirituali (1535), la scusa per usare la mnemotecnica è l’aiuto che questa può dare nelle orazioni e nelle meditazioni, quale strumento necessario all’esame di coscienza, una sorta di Seduzioni dimenticate, magazzino di immagini sacre alle quali attingere nel corso della preghiera introspettiva. In realtà la finalità è un’altra: la «composizione visiva del luogo» (composicion viendo el lugar) consiste nel «vedere con la vista dell’immaginazione» (ver con la vista de la imaginaciòn) lo spazio fisico in cui avviene un’azione, ad esempio un tempio o un monte dove si trovino Gesù Cristo o la Madonna. La composizione può creare immagini plastiche così intense da dare l’impressione di poter essere viste, toccate, percepite dai sensi, così forti da suscitare emozioni, reazioni fisiche come pianto, tremore, malessere, al punto di condizionare attivamente il soggetto, creando una macchina senza individualità, un automa al servizio di chi ha codificato la vista dell’immaginazione. È il caso del quinto esercizio della prima settimana, nel quale si deve visualizzare la lunghezza, la larghezza e la profondità dell’inferno: ma non basta vedere; l’esercizio cognitivo deve far toccare, percepire suoni, sapori, odori(8). L’inferno va considerato per cinque volte, in relazione a ciascuno dei cinque sensi: osservare le anime ardere in corpi infuocati, sentire i pianti le urla e le bestemmie che i dannati proferiscono contro Gesù, odorare il tanfo sulfureo e putrescente della morte, gustare il sapore acre del dolore, toccare con mano le fiamme in cui bruciano le anime.

   L’arte della memoria ha un’antichissima tradizione. Già Aristotele parlava di coloro che controllano l’immaginazione mediante la volontà e «costruiscono immagini con le quali riempiono i luoghi mnemonici». A quell’arte hanno fatto esplicito riferimento, teorizzandone con cura le regole, tutta una serie di autori, dall’antichità all’era moderna. Nel corso dei secoli, tuttavia, quell’arte ha acquisito scopi differenti: dapprima concepita come una tecnica neutrale fruibile nell’ambito della retorica e dell’ars praedicandi, col tempo si è rivestita di significati metafisici e magici, ciò in seguito all’incontro con le tradizioni cabbalistica ed ermetica(9). Campione di questo incontro è stato Giordano Bruno, la cui cui opera magicomnemonica è stata in un recente passato rivelata da Ioan Petru Culianu (1950-1991), il geniale storico delle religioni, vittima egli stesso delle chimere magiche che andava studiando. La sua cruenta e misteriosa morte ha, negli anni, alimentato varie e vane ipotesi: di volta in volta si sono chiamate in causa la magia, l’erotismo, i complotti e gli “intrighi di corte”. Leggendo il ritratto che fa di Culianu, l’amico filosofo e scrittore Elémire Zolla (1926-2002), fra le righe del non detto(10), affiora l’immagine di un personaggio geniale per il quale la storia religiosa non ha segreti, un talento eccelso, ma freddo, distaccato, capace di qualsiasi cosa: «Ebbi occasione di osservarlo: miope, allegro, quieto come avesse i nervi recisi, capace di sfiorare ogni argomento con voce mielata, capo chino, sottomesso, alla maniera amabile e terrificante d’un funzionario cinese antico. Il suo carattere non riuscii ad afferrarlo in pieno […]»(11). Anche Culianu fu sedotto dal desiderio di addentrarsi in un mondo invisibile; bagliori del suo vissuto si leggono ne Il rotolo diafano, un romanzo apparso circa vent’anni fa per i tipi della Jaca Book sotto forma di silloge di racconti(12). La nuova edizione, pubblicata dalle Edizioni Elliot, ne restituisce la forma originaria ed è inoltre completata dagli ultimi quattro racconti scritti in collaborazione con la seducente Hillary Susan Wiesner, allora fiamma statunitense del nostro(13). Istruttivo è il capitolo da cui prende nome il libro. In un non ben definito Oriente medievale un certo al-Kashkarî soprannominato Pigliamosche, filosofo e detective, è incaricato dall’abate di un monastero cristiano di ritrovare una merce assai inusuale, i sogni e le visioni dei monaci. Una serie di circostanze conducono Pigliamosche a ritenere il colpevole parte di un’élite, poiché «Tutto è nella testa dell’uomo; il peccato è peccato di ragione, non è corporale. È così che la testa del gruppo porta quest’ultimo alla prosperità o alla miseria […] la massa non conosce autonomia»(14). Un’affermazione abbastanza sconcertante rafforzata da un ulteriore aforisma di Pigliamosche: «Quando il potere di qualcuno è troppo manifesto, si tratta di una marionetta. Cerca il burattinaio e saprai da dove proviene il male»(15). Certo Culianu doveva sapere molto bene donde proveniva il male, se dietro a una favoletta apparentemente assurda enunciava alcuni tra i principi basilari della manipolazione politica. Il rotolo diafano è nel romanzo la pergamena iridescente attraverso cui gli Assassini, la setta ismailita al soldo del Veglio della Montagna, catturano i sogni dei monaci(16). A che pro? Le visioni servono al grande manipolatore, al Veglio burattinaio, per creare una cortina che protegge il territorio, per alimentare il suo Paradiso terrestre, per animare i fedeli e per fabbricare il Mahdī, la figura messianica che soggiogherà il mondo. La fonte ispirativa di Culianu sembra essere l’antico gnosticismo e i miti che parlano di Arconti voraci divoratori di anime(17), un cibo emozionale fatto di sogni e di visioni. E ancora, gli insegnamenti della gnosi islamica(18) parlano di un sospirato e atteso Mahdī, il personaggio escatologico che donerà al mondo un regno paradisiaco di pace e di giustizia. Secondo queste dottrine l’Avversario e il Messia sarebbero la medesima persona, ma vivrebbero in modalità di esistenza differenti. Quando il Messia si rivela nel mondo si trasformerebbe nel suo opposto. La dottrina esoterica sarebbe la versione originaria di una dialettica amico-nemico presente in molte tecniche di manipolazione, nelle quali avviene un reale processo di “autenticazione” della menzogna(19). Il riferimento al “furto dei sogni” compiuto dal Maestro degli Ismailiti Assassini non è un caso, e si colloca in un’ampia fenomenologia che ha nel controllo delle droghe psicoattive il punto di irradiazione.

(segue)