A 40 anni dal “Borghese piccolo piccolo”

Quaranta anni fa un giovane di 26 anni, laureato in lettere, seguace del pensiero e dello stile di Pier Paolo Pasolini, decise di scrivere un romanzo, dandogli il nome di “Il borghese piccolo piccolo”.    Volle dipingere un affresco della società del tempo, evidenziando i mali di un’Italia non ancora evoluta socialmente, quali l’ipocrisia, la violenza, la mafiosità. La trama narrava le vicende di un modesto impiegato di mezza età, che dal nulla aveva raggiunto la soddisfazione di un lavoro sicuro nella burocrazia statale e di una relazione di coppia e genitoriale con l’unico figlio. Viene esaltato l’impegno del padre nel garantire ad ogni costo la sua stessa vita al succube figlio a cominciare dal posto di lavoro ministeriale. Un costo che il protagonista accetta di pagare è l’adesione alla massoneria, necessariamente propedeutica per la garanzia di successo del concorso per il figlio. Tutto viene organizzato, programmato e realizzato, ma il destino interviene con una tragica beffa, coinvolgendo proprio il giorno del concorso, già garantito nel suo esito, a spezzare la giovane vita del figlio, casualmente coinvolto in una rapina a mano armata. La vita dei genitori viene stravolta sia psichicamente che praticamente. La madre, viene colta da sincope che le toglie la parola lasciandola vegetare su una sedia, il padre cancella ogni regola cui era stato ligio esecutore e si improvvisa giustiziere dell’assassino involontario del figlio, che non si limita ad uccidere subito ma lo tormenta per giorni, lasciandolo morire dopo lunga agonia.

    Questa, in estrema sintesi, la trama del libro, da cui l’anno successivo, il 1977, fu tratto un film da Mario Monicelli, avendo come protagonista principale Alberto Sordi. Del resto, il successo del film fece la fortuna del romanzo, di cui furono tirate numerose edizioni, ed è tuttora in catalogo con i tipi di prestigiosi editori come Garzanti e Mondadori. In questa sede esporrò qualche considerazione sul romanzo, sulla sua trasposizione cinematografica, e sulla fisionomia della massoneria di quel tempo. Innanzitutto, c’è da chiedersi chi è il borghese piccolo piccolo? Lo descrive Cerami nella prima pagina del romanzo con un tratto di grande efficacia: “<<Un giovane in gamba per davvero pensa al suo avvenire, a nient’altro che a quello e lascia che gli altri si impicchino>>. Giovanni pronunciò quest’ultima frase stringendo le mani intorno alla canna da pesca come se fosse un collo da strangolare…..<<Pensa a te, solo a te. In questo mondo non hai il tempo di fare si con gli occhi e no col capo, è il tempo che basta al nemico per pugnalarti alla schiena. Non esitare un momento, vai per la tua strada e non voltarti indietro>>”. Non ritroviamo in queste parole il senso dell’antico brocardo tarantino “Ce me ne futt’a me?” riportato sulla fascia dorata sotto il delfino di Falanto nello stemma della nostra città?  E’ un inno all’individualismo esasperato, alla lotta per la sopravvivenza senza esclusione di colpi, l’esatto contrario di comunità o comunione, tantomeno di catena. Così, evidentemente, ci si percepiva nel mondo profano.

    Soffermiamoci ora come avviene l’incontro del protagonista con la massoneria? Il contatto avviene tramite il capoufficio con la forfora, quando questi gli rivela la possibilità del superamento del concorso del figlio previa sua adesione alla massoneria. Il dialogo si svolge in questo modo:

<< Hai mai sentito parlare di Massoneria?>> gli domandò il superiore con gli occhi in po’ mistici.   << Così….vagamente>> rispose Giovanni. <<Bene….fatti massone>> gli ordinò il capoufficio. <<E come si fa?>> domandò pieno di speranza Giovanni, che intanto stava riprendendo colore.   <<Ci penso io. Tieni, prendi questi>> ed estrasse da un cassetto chiuso a chiave tre o quattro opuscoletti con la copertina celeste scolorita ai bordi, vecchie edizioni stampate nei primi anni del dopoguerra.

<<Leggili con cura e dopo ne parliamo. Ma mi raccomando: acqua in bocca….leggili e ridammeli. Non farli toccare a nessuno, se no ….addio tutto>> (Ed. Oscar Mondadori 2010 pp.18-19).

    Fermiamoci un attimo qui. Questa sarebbe la tegolatura come descritta da Cerami. E’ pura fantasia o c’è un fondamento di realtà? La cooptazione del profano in quel periodo storico, ma non solo allora, avveniva in quel modo più di quanto si immagini, soprattutto nella Roma dei ministeri, dove si poteva avanzare di livello se si entrava nelle grazie di capouffici e dirigenti, prima ancora che politici. La tegolatura avveniva effettivamente inizialmente con vecchie pubblicazioni, ma sebbene la pubblicistica massonica fosse scarsa in tutto il corso degli anni ’60, non mancarono nel decennio successivo ampie monografie come le   opere di Padre Esposito, ormai convertito alla pacificazione con la massoneria, il manuale di Jules Boucher, introdotto in Italia da Ivan Mosca, la storia di Alberto Cesare Ambesi, e proprio nel 1976 apparve la prima edizione della storia di Aldo A. Mola edita da Bompiani.

   Anche al protagonista viene successivamente affidato un manuale di massoneria dove c’era scritto che “i gradi erano trentatre come gli anni di Cristo” (p. 22). Quindi si identificava la massoneria come massoneria scozzese, non come massoneria dell’Ordine. Ed era vero, perché la massoneria scozzese, dominante soprattutto con la granmaestranza dal 1961 al 1970 di Giordano Gamberini, gnostico, scozzesista e martinista, emarginò la massoneria simbolica contrassegnando la cultura massonica del Grande Oriente sino ad oggi. Tuttora, come allora, l’uomo della strada è convinto che la massoneria abbia 33 gradi e non 3, e la colpa di questa disinformazione non è dell’uomo della strada.

   L’aspetto scenografico che più ha colpito l’immaginario del mondo profano è stato quello riguardante la cerimonia dell’iniziazione del protagonista. Finalmente, attraverso il film, chiunque poteva vedere nel 1977 come si svolgeva una tornata massonica. L’unico precedente della rappresentazione di un’iniziazione massonica nella storia del cinema si riscontra nel lontano 1943 con il film antimassonico “Force Occulte”.

   Tornando a noi, è interessante partire dalla disposizione d’animo del protagonista iniziando, come la descrive Cerami: “Ma quando fu sulla soglia esitò un istante; richiuse la porta e andò verso il gabinetto….Nel cesso girò la chiave e si sedette. Sentiva il bisogno di restare solo con Dio, un attimo. Si fece il segno della croce, si pentì e si dolse dei suoi peccati: non poteva nascondersi e tanto meno nascondere al Signore che era capace di intendere e volere. Intendeva mettere piede nella Loggia e lo voleva, anche se la Chiesa lo scomunicava d’ufficio, senza chiedergli spiegazioni, addirittura senza neanche saperlo. Ma una certezza assoluta gli restituì forza e speranza e cioè che gli occhi di Dio erano più grandi di quelli della Chiesa, che Lui vedeva tutto e conosceva le circostanze e le attenuanti di quella sua decisione di apparente sacrilegio….E poi si trattava di una cosa formale, perché negli ultimi tempi la Massoneria non chiedeva più l’abiura della religione cattolica per la venerazione del Grande Architetto dell’Universo, del triangolo con l’occhio dentro, della squadra, del compasso e via di seguito. Tutti quei simboli non erano, in fondo, che i diversi frammenti dell’unico vero creatore: Dio, quello cattolico, quello di sempre” (pp.25-26).

   E’ evidente in questo tumulto dell’animo del protagonista il chiaro rifiuto di aderire all’esperienza massonica, considerata come peccato, e motivata solo dall’interesse personale, tirando in ballo le giustificazioni che da allora facevano da scudo agli scrupoli di molti massoni cattolici, ovvero la convergenza tra la massoneria e la religione cattolica, di cui furono interpreti Giordano Gamberini e padre Rosario Esposito già dal 1969.

  Pochi massoni hanno letto il romanzo del giovane Cerami, moltissimi furono quelli che l’anno successivo affollarono i cinematografi italiani per vedere il film del maestro Monicelli, che nel 1977 incassò un enorme successo di critica e di incassi, facendo incetta di premi dalla nomination al Festival di Cannes a cinque David di Donatello, a quattro Nastri d’argento. Quindi, non stiamo parlando di un filmetto di serie B ma ad oggi di un cult movie, tanto che da allora è entrato nel linguaggio comune il termine “borghese piccolo piccolo”.

   La descrizione dell’iniziazione nel romanzo è sostanzialmente esatta rispetto alla realtà. Qualche forzatura o inesattezza è stata voluta dallo scrittore per depistare l’attenzione del lettore sull’esatta sequenza del rituale. Cerami non era massone, ma suo fratello si. E fu proprio il fratello a fare da consulente massonico sia a Cerami che a Monicelli. Fu lui a procurare un contatto al regista con un esponente di una loggia scozzese di una piccola obbedienza.

    Il libertario Monicelli non esitò a farsi iniziare massone pur di rappresentare la scena dell’iniziazione, con il graffiante sarcasmo che lo contraddistingueva. Fu Monicelli a forzare la mano rappresentando il liquido amaro della coppa delle libagioni con l’Amaro Montenegro, nel romanzo questo particolare non c’è. Fu sempre Monicelli a rappresentare i massoni in loggia con le sciarpe dei vari gradi del Rito Scozzese, ma nel romanzo questo non c’è. Monicelli si fece iniziare in una massoneria di quartiere con sede “in uno squallido edificio sulla via Appia” dove “anche gli iniziandi erano in tono: un impiegato smanioso di passar di grado, un artigiano disoccupato, un elettricista preoccupato per una licenza condominiale…Fratelli di piccolo calibro, un Rotary dei poveri”, come ebbe a definirla in un’intervista al Corriere della Sera nell’aprile del 1994. Monicelli non nascondeva il suo sarcasmo per quella massoneria, come dichiarò apertamente nell’intervista: << Pensi che per descrivere i rituali grotteschi della massoneria, mi sono davvero iscritto a una piccola loggia romana fuori Porta San Giovanni, dedita a scambi di favore tra i commercianti, non quella che aveva in mano i destini del Paese. Naturalmente ci andai una volta sola e accadde tutto quello che mostro nel film, poi scomparvi e nessuno mi cerco più>>. La critica salutò con molto favore il film. In particolare, qualcuno vide la fratellanza massonica esaurirsi “nel ristretto ambito di un gruppo di impiegati dello stesso ufficio ministeriale, a garanzia di un sistema chiuso di caste e di rapporti feudali, oramai privi di un medioevo e di un’autentica aristocrazia, peraltro mai veramente esistita” (Gianfranco Massetti, Un borghese piccolo piccolo, in  http://www.activitaly.it/ immaginicinema/ monicelli/ borghesepiccolo. htm). Qualche altro ebbe modo di definire la massoneria “un focolare anch’esso privo di ideali, risucchiata in una quotidianità desolante, dove la selezione degli affiliati e la formazione delle nuove classi dirigenti è slegata da qualsivoglia requisito culturale e professionale, così da consentire un imbarbarimento collettivo che non ammette redenzione” (Maria Cristina Marroni, Cosa resta del Borghese piccolo piccolo,  http://www.ilfattoteramano.com/2014/11/02/cosa-resta-del-borghese-piccolo-piccolo).

   Italo Calvino scrisse la prefazione alla prima edizione del romanzo, precisando che “Una storia di impiegati ce la aspetteremmo grigia e povera di fatti e prevedibilmente caricaturale; invece qui di fatti ne succedono parecchi e dei più romanzeschi: da una incongrua cerimonia massonica a una cruenta irruzione nella cronaca nera quotidiana, a una allucinata, truce vendetta.” Calvino, di cui il padre Mario, lo zio Quirino erano massoni del GOI a piedilista della loggia Mazzini di Genova ed il nonno Giobernardo al piedilista della loggia Liguria, definì quella cerimonia di iniziazione come “incongrua”. Se il termine incongruo, secondo il vocabolario della lingua italiana, significa non proporzionato, non adeguato, la cerimonia massonica doveva apparire carente, misera ai suoi occhi. C’è da chiedersi se queste critiche fossero tutte improntate a malanimo o, invece, frutto di ragionate analisi e lucide constatazioni? Aggiungeva Calvino che il suo ruolo di prefatore era dovuto in supplenza di Pier Paolo Pasolini, designato da Cerami, quale suo mentore naturale, assassinato qualche mese prima.

A questo punto, chiediamoci ancora se vi fu e quale fu la reazione della massoneria di fronte alla provocazione culturale portata dal “Borghese piccolo piccolo”. Giordano Gamberini, l’Ex Gran Maestro, direttore della Rivista Massonica, non pensò di meglio che affidare la difesa dell’immagine dell’istituzione ad un giovane compagno d’arte trentaquattrenne, Michele Moramarco, allora promessa della massoneria del Grande Oriente, oggi  Maestro Custode dell’Arte del Real Ordine A.L.A.M., (praticamente il numero due dell’obbedienza, dopo il Maestro Generale dell’Arte Alberto Cesare Ambesi) il quale, rinchiudendosi snobisticamente nella impenetrabile dimensione iniziatica, che nessuno può comprendere se non la vive, tuonava dalle colonne della Rivista Massonica (n. 4 aprile 1977 pp.239-242) negando alla critica il diritto di esistenza, ed si ergeva lui stesso a critico entrando nel merito e nel metodo del film con le enumerazioni delle inesattezze, ma nulla osservava sulla critiche che sia il romanzo che la sua trasposizione cinematografica muovevano all’istituzione massonica.

Nessuna reazione pubblica proveniva dalle varie massonerie di Piazza del Gesù. Solo negli anni ‘90 un alto dignitario di Palazzo Vitelleschi, Franco Eugeni, muoveva una critica superficiale limitandosi a rilevare le inesattezze del film ma anche lui tacendo sulla massoneria dell’epoca.

E noi, oggi, a 40 anni di distanza, come possiamo valutare quell’episodio? Credo che dobbiamo, da un lato, considerare le caratteristiche della massoneria dell’epoca, dall’altro le caratteristiche della società dell’epoca, verificando, infine, quali relazioni si stabilirono tra le due realtà.

Diciamo subito che la massoneria del GOI degli anni ‘70 è connotata da tre personaggi fondamentali: l’ex GM Giordano Gamberini, il GM Lino Salvini e il MV della loggia Propaganda2 Licio Gelli.              Cosa accadde con questi tre massoni è scritto su due dozzine di monografie ed in 100.000 pagine degli atti della commissione parlamentare P2, pertanto, avendo trattato la materia in altra sede, qui sorvolo per evidenziare un altro aspetto, le caratteristiche della granmaestranza di Giordano Gamberini, che, secondo i miei studi, costituì l’humus naturale che covò l’uovo del serpente. Conquistato il supremo maglietto nel 1961, Gamberini potè lavorare per una nuova impostazione della massoneria del GOI, quella che porterà alla “mutazione genetica”, come l’ha definita lo storico Marco Novarino, confidando su due elementi: la partenza per l’Oriente Eterno di vecchi massoni, tenuto presente il sonno ventennale imposto dal fascismo, e le incorporazioni di gruppi massonici scozzesisti di Piazza del Gesù, che portavano nuova linfa alla sua già solida impostazione scozzesista. La conseguenza è stata una chiusura sempre più ermetica nei confronti della società civile, a favore di una presunta ricerca esoterica. In altri termini la massoneria aveva smesso completamente di interessarsi dei bisogni morali e materiali della società per dedicarsi esclusivamente al perfezionamento individuale, secondo i dettami della classica via iniziatica scozzese.

 Così si spiega perché la massoneria del GOI è puntualmente mancata ai grandi appuntamenti della storia, a cominciare dal dominio clericale in ogni settore della vita sociale, politica e culturale, per poi passare a quel grande fenomeno epocale che si chiama Sessantotto (Il Grande Oriente di Francia, la cosiddetta massoneria irregolare , prese apertamente posizione in favore degli studenti che nel maggio 1968 occuparono la Sorbona, e nell’anno successivo il suo Convento trattò il tema della modifica della società in funzione delle aspirazioni dei giovani) per poi passare al grande schock che subì il paese con l’attentato di Piazza Fontana a Milano nel 1969, che segnò l’avvio della sanguinosa stagione terroristica, per poi finire alle grandi riforme sociali come quella del lavoro del 1970.         Basta leggere gli editoriali di Gamberini nella sua Rivista Massonica o il suo libro “Attualità della Massoneria-Contenti gli operai?”, contenente tutti gli articoli da lui scritti nella rivista, pubblicato nel 1978, quando ormai infuriava la polemica interna ed esterna all’istituzione.

   Si riscontra in quelle pagine una dichiarata chiusura verso la società civile, l’esaltazione della libertà  individuale del massone in materia sociopolitica che doveva compensare simmetricamente il silenzio apparentemente disinteressato dell’Istituzione.

    Conseguenza fu che nessuno fece niente. D’altro canto invece, già nel 1969 la loggia Propaganda 2 di Gelli aveva assunto un’altra fisionomia: non più cronicario di ex, ma florilegio delle personalità più importanti del paese. Nel 1970 Gamberini riuscì a far eleggere, con il poderoso supporto di Gelli, il continuatore idoneo del suo magistero, il medico fiorentino Lino Salvini, il quale, anche se con ostentati slogans dichiarava interventi a sostegno delle grandi battaglie sociali, come quella sul divorzio nel 1970, quella sulla riforma del diritto di famiglia del 1975, quella sull’aborto nel 1978, nei fatti se ne astenne, perché interessato da vicende di potere interno, in particolare dal tormentato rapporto con Gelli, che gli garantì sempre la rielezione. Sono gli anni della massima potenza della loggia Propaganda2, che già dal 1975 cominciò ad interessare la società civile attraverso i media. Spuntarono articoli su giornali battaglieri come L’espresso, Panorama, L’europeo e Repubblica, dove Sandra Bonsanti seguì  sussurri e grida della controversa loggia sino al fatidico 17 marzo 1981, annus terribilis della scoperta delle liste a Castiglion Fibocchi. Quindi a metà degli anni ’70 già si vociferava nel milieu romano che c’era una loggia particolarmente potente, e Cerami ha voluto inserire questo tassello della setta segreta nella trama del romanzo, ma esorcizzandola con l’ironia, illustrando con la farsa una loggia “de noartri” in un’Italia da farsa.

    L’ultima domanda è la più spinosa: cosa è cambiato nella massoneria del Grande Oriente da allora? Secondo me, quasi nulla. Si è voluto far finta di nulla senza affrontare la questione principale che, a mio personale parere, è questa: Cosa ha portato l’iniziatismo di Giordano Gamberini al Grande Oriente d’Italia? Ha veramente contribuito a migliorare qualitativamente il popolo massonico e la società? Se si, quali sono i segni concreti di questo esito? Oppure ha condotto la Comunione in un vicolo cieco di ambiguità, di contraddizioni, di isolamento, da cui non si riesce ad uscire completamente ancora oggi?    Sta di fatto che nel 1983 e nel 1993 la massoneria italiana ha rischiato di essere messa fuori legge dalle istituzioni della repubblica italiana. Questo fa riflettere molto sulla validità strada intrapresa e sulle reali risorse per proseguirla. Soprattutto se poi voltiamo lo sguardo dai nostri angusti orizzonti per osservare altre direzioni, scoprendo così che, in Francia,  non lontano da noi, la massoneria è definita la “sentinella della repubblica”, dove un ex gran maestro è officiato della carica di consulente massonico del ministero dell’Interno, dove il ministro della giustizia è relatore in un pubblico convegno nella sede della massoneria, dove un presidente della repubblica ha affermato senza alcun disappunto che“ Se si crede nella Repubblica, ad un certo punto bisogna passare dalla Massoneria”. Quanta differenza con un Gran Maestro nostrano sotto processo penale per ricettazione !!!